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Archive for aprile 2013

(tempo fa) #4

spettatrice, tu, amori miei, sull’inserto luminoso tra l’oscena quiete ed il sonno amatissimo, dentro la distanza che ci argomenta, là, tra le due finestre dove io mi sto aspettando, quasi come ogni sera, con le labbra dipinte su quel tuo sesso di amori amante, corridoio senza citazioni senza sapere senza respiro, sulla bianca e risa e antagonista parete. sappiano quel senso di bruscamente amori che ama, conoscano le definizioni le notizie del mese sul quale diamo, gli inosservabili amanti notturni, con la strofa amori amati ben bella stretta all’altra con fuori tutta quella mia nostalgia dei luoghi – manciate d’archivio, di terra – che calcina al muro sbrecciato la noncuranza di un mio e qualcosa e mai, il profumo che ti passa nel voi, ripetutamente donne che ti aggiri nel dialogo di visi che solo a condanna s’assomigliano, in quest’aria che appassisce, margine preteso, amore mio, di te.

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(tempo fa) #3

sì, così da lontano che tu potresti scrivere lontananze. ma se vuoi è un giorno di pioggia o – se poca cosa – è un’ora bianca dove scrivere, con la pretesa d’amare il pretesto che qui piove. ed il giardino entra in ogni stanza – come quando si abbatte il tuo viso sul cortile e pensiamo ad un istante interminabile di pioggia, a quella lieve ineludibile proposta di cattivo tempo che ci dobbiamo, come amanti, mentre si distrae, quasi snebbiasse, il versante del letto opposto a noi che ci osserva nudi, lì tra le sue bracciae di lenzuola, con quell’aria di cielo che soltanto offre un’impressione che forse, nella forma che siamo quando manchiamo, piove, frugale e furtiva, la riforma e la cattiveria di un amore dipinto con le dita di cose amorosamente già dette, già percepite, già pretese, e ci prendiamo dal piatto e lontani da ogni bocca, in tutta quella possibilità di noi, mentre ti spoglio quando desidero che sia sera ed i seni cadono tra le mie mani mentre apri le labbra e pensi che io sia tutto lì, privatamente, in quell’ora interamente bianca dove nulla si ha da scrivere così che non debba in qualche maniera piovere, affinché io non serva nulla, nemmeno una pagina o quel grammo delle tue caviglie capace d’affondare la stanza, coricati in quel servaggio di parole che introduce la frase da cui tornare dopo una giornata in cui potevamo solo scrivere o mettere insieme le sponde, comodini e pontili, imbastire l’uomo, imbastire la donna, spremere la superficie del sonno, sino ad una – alla – conclusione plausibile che la distanza tra la parola uomo e la frase donna è solo un’avvertenza che precede i luoghi di un antefatto squisitamente poetico, dove il testo risale innaturale la pagina, darsene e pieghe al risveglio, dopo una notte pulita che ci de-porta pallidi in quel tempo d’amanti che saremo, inseparabilmente sereni, come le mani sul cielo quando non si ha nulla da scrivere, ma sapendo, come sappiamo, riscrivere che qui piove, consapevoli e felici, sugli argini della parola amore e scampati allo sgelo. 
non altro posso aggiungere da qui. 
come si scrive dentro ogni mattina non sapendo che leggere.

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(tempo fa) #2

[quello che dovremmo amare]

le tue lenzuola e tu chissà dove.
una piena del fiume e la tua casa al mare.
il grande bianco dei tuoi seni ieri e le tue parole oggi.
l’attimo che mi finisci di stampare nel mese che potresti essere tu.
spedirti in posta e ritirarti in un albergo dove non siamo mai stati.
quel quando tutto fila liscio tutto fila via che dici.
le tue brevi malattie che mi contagiano la bocca mentre parli.
scriverti una poesia dove poi tu ti siedi senza ascoltare.
quel te solo intravisto perché troppo sparito nell’affollarmi.
il tuo sole frequente nelle mie mattine di pioggia.
il quartiere di alfama sul pendio della tua malinconia.
quell’angolo di strada senza di me dove vendi fiori ai passanti.
il telefono che squilla nel cuore della notte e le tue stanze deserte.
le tue chiese magre della borgogna nelle annate di vitigni sbagliati.
i cartelloni pubblicitari di litoranee prodigiose sulla tangenziale dei tuoi fianchi.
tu che leggi la mostra delle atrocità, la storia dell’occhio e quella poesia di pagliarani.
l’attimo in cui perdi la vista e mi dici racconta tu.
le tue mani che si legano a qualcosa che non terrà mai quando ti basterebbe una piccola estate e brevi ringhiere.
le 8.25 di oggi e gli attimi poi in un anno dove vediamo fiorire i fiori
e la tua bocca tra molteplici labbra & l’O di meraviglia a difesa dell’orizzonte
(ecc, ecc.)

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(tempo fa) #1

…e scrivere è la lentezza (minuscola) di un ginocchio che si piega per falciare il tuo piede nudo insieme all’erba antica o se taci semplicemente per scostare un tratto di tenda – con quel rumore dilatato e selvatico che ha l’oscurità per procacciarsi 2 poemi, una effrazione di respiri ed un corpo vacante.

la cucina fredda culmina nel crimine più profondo di una lettura svogliata, tuttavia invogliata in quell’ora mia di andare, là, dove nessuna agonia alternativa suscita scampo alla mia poesia, con quel talento che hanno le mani a reggersi da sole che è un’ora o una tratta figurativa di seni bocca-a-bocca insieme alle tazzine per le labbra diverse di questi anni, alle prime sigarette ed a quei ti amo di mie parole sgusciate ruvide dal sonno sui visi asciugati di ieri.
le mie voci e voi senza lamenti dalle scale su pagine e pavimenti smarriti. tu, che poco più tardi, emergi, giardino dagli indugi dipinti, – io tra te -, che accerchia i tuoi indumenti con qualcosa di tuo dentro, per poco, per quel solo per poco che sei la tua voce.

così i miei libri a terra e ferocemente custodiscono pezzo per pezzo l’intera mattina che sono, una composizione perfetta di mani questa vaga camera sola dove si arresta quel gesto dell’ora in cui è l’amore inoltrato, il mormorio di un apparecchio davanti allo specchio, che si avvia forse a scrivere una chiosa quieta o l’imbarazzo di scegliere una sommità qualsiasi, di scale o di capelli, dove tra qualcosa di certo e sapendo cadere…………

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