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Archive for dicembre 2007

[secondo frammento concreto dal vivo]

non potremmo farci superare dalla scena, l’individuo
invernale in anticipo sulle sue macerie s’arrampica
sul rumore di un angolo infiammato della sedia,
lo spigolo dove sediamo, e possiamo scrutare
dietro le finestre finali la foglia,
la preda di quella sola foglia che fissa
il vuoto in qualche pausa del giardino,
quel giardino che rimasto tra i rami
è una patria poverissima, e noi più recenti
che mai, citati dal vivo di una stanza
che costeggia frutteti inventati da un acuto umano,
noi comodamente appoggiati sull’
infiammazione di un angolo ed a tratti
belli di noi, di quella terribile bellezza
che è un colpo di spugna sul paesaggio

(28.12.07) (appunto)

 

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[primo frammento concreto dal vivo]

quasi sempre
restano seduti, ubbidienti
al rumore delle cose,
all’esatto rumore
delle forme di ogni cosa,
come una giornata di vento
che non si protegge il viso
con le mani

 

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è tutta una vita.
sul mio petto
crescono giornate.
tu sbottònati la camicetta,
metti a nudo
quell’ampiezza tra i tuoi seni
che illumina le cose
di mattina presto
prima che sul tavolo
riappaiano le tazzine di ieri

 

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ogni itinerario a partire
dalla sinistra dei tuoi seni:
scriverti, quasi potessi
mettere allo scoperto
la selvaggina di parole buone
che si nasconde
dove le mie mani
odorano di finestre illuminate
come pianure dalla cui altezza
cadiamo, un chiaro dall’alto
ma sempre uno alla volta,
scriverti di piogge
a velocità differenti,
prede sui tetti della nostra stanza
che disegnano terre
sotto i nostri piedi,
ora fedeli, ora imprecise,
come ali

 

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l’origine del nudo

sarebbe un delitto terreno non dire, e non diffondere
sulle dita rimaste a parlare d’altro
l’orlo tagliente di una poesia.
dovremmo conversare sul modo in cui
i pomeriggi eccetera eccetera, oppure
sul perché in quel film loro fanno all’amore
senza toccarsi e gettandoci nel
panico eccetera eccetera; dovremmo
prepararci separatamente il mio caffè e
le tue foglie e posare le tazze sul tavolo
e metterle in discussione prima che le bocche
le svuotino e disegnino quella forma dell’alba
che hanno le tazze dopo che le abbiamo
scavate con la prima bocca che la mattina
ci ha dato; dovremmo spogliarci in luoghi
che si staccano dai corpi cadendo per terra
insieme a noi, mentre i vestiti restano ad osservarci
dall’alto disordinato di una sedia; dovremmo
passare più tempo ad ascoltare il rumore
delle labbra che si screpolano; dovremmo
abbandonare i tuoi seni ed il mio sesso
sui posti a sedere di un cine abbandonato
sopra la locandina dove 2 corpi siedono
sopra la stessa sedia e si vede solo la sedia
e nel film non c’è nessuno; dovremmo
ripetere mille volte il gesto di entrare in una
vasca vuota e uscirne ripuliti e con la pelle
bagnata da quell’aria che sappiamo inventare;
dovremmo prepararci con meno bianco assoluto
quei frammenti di burrasca che sono i parcheggi
sotterranei di un ipermercato nelle ore deserte
della notte; dovremmo cambiare ogni sera
il corso delle vene sui polsi, rimescolando
l’orientarsi della mappa sui nostri corpi;
dovremmo scambiarci gli specchi del bagno
per scoprire i nostri visi appena svegli e
senza concluderli mai; dovremmo confessare
la pagina nera quando ci asciughiamo gli occhi e
portarci il cibo alla bocca con le mani sotto il tavolo;
dovremmo spiegare a chi ci ha amato o ci ama
la casa che hanno costruito sull’altro lato della strada
dove non ci sono mai state case ma solo un fiume
ed ora l’inizio di un lago e perché nessuno
ci ha mai visto prima di addormentarci affacciati alle finestre
e chiudere le persiane come una tremenda notizia personale;
dovremmo sederci sulle ginocchia e nello stesso istante
io sulle tue e tu sulle mie, e ancora così, e non finire
di salirci sopra, crescendo nei corridoi di quei rami
in un prato dove c’è solo erba che entrano dalla finestra
graffiandoci la pelle e spesso l’impalcatura dove operai
senza un progetto in cima alle dita ci fabbricano il cuore

 

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