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Archive for giugno 2008

avevo tralasciato di scrivere qualcosa. certe sere potremmo diluire il confronto con le stoviglie smesse nel lavandino, o i nubifragi tra i denti di certe parole che solo d’estate perdono la consapevolezza, sulla sommità delle parole svettano gli automatismi di ciò che sappiamo, le portate che ordiniamo al ristorante sono quelle quando giungono dalla cucina, ma solo a volte dura uno sgarbo nella bellezza, il rumore dell’onda curiosa dei passi dei turisti nel vicolo sottostante, è qualcosa che non vediamo, tuttavia rimane il principio mutevole all’infinito delle andature, il vento che adagio esce da questa finestra e si adagia sulla superficie del lago, e genera onde di turisti curiosi che risalgono i viottoli, tutti i viottoli possibili, sino al vicolo sottostante la finestra, e tralasciare consapevolmente di scrivere qualcosa è un omaggio alla bellezza, una poesia sul rumore delle forme, una poesia inesperta che insegna ogni cosa che è necessaria sapere perché la si possa non scrivere, tralasciare, ogni ora che non appartiene ad una pagina è un’ora mai stata, non conteggiabile né da noi né dal tempo, in un certo senso la chiave dell’immortalità delle letteratura, lasciare ad altri l’incombenza di scrivere e quindi della morte, e dimenticarsi di possedere le mani e soprattutto un giardino e in fondo al giardino un muro di sasso dal vivo dove crescono gelsomini ed ortiche e malve impaurite e le ombre di quando scompaiono luce e buio e ci dimentichiamo le mani ed il giardino e le poche erbe sane che ancora occupano pagine remote addossate al muro di sasso dal vivo, e certe mattine risvegliarsi tralasciando di scrivere che ci siamo risvegliati, o forse per uno sgarbo alla bellezza che possa omaggiarla dire che finalmente ci siamo svegliati, e la sommità dei tetti in sasso che osserviamo dalla finestra soprastante il vicolo non è quello stare in cima alle parole, sapendo tutto, spaesati come accade quando la finestra tralascia di scrivere che è aperta ed i libri stretti uno accanto all’altro sulle mensole ad un tratto si lasciano leggere, con le pagine apertissime e che sfogliano, ad una ad una, paziententemente, come fossero poggiati su un pontile in un pomeriggio di vento, ma qui la stanza appare chiusa ed è solo e soltanto la corrente dei nostri corpi che si spostano e pesantemente senza nulla aprire le sfogliano

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facili e distinte, e lo sguardo delle soglie,
mentre ancora è possibile filmare la pioggia
che irrigidisce i pomeriggi ed il vento
che passeggia tra gli attori che fabbricano
ogni cosa che vedo, tanto che a volte
correggo senza strafare gli inizi delle mie storie
e dico gli sguardi della soglia ed il vento
in mezzo agli attori che trascinano verso il basso
nei titoli di coda i loro nomi femminili,
e lo svariare da un profilo disumano all’altro
dei visi delle mie estati passate, facili e distinte
nell’umido di quest’aria che filma la pioggia
dove ristagnano i ricordi ed anche le parole e
la posizione dei luoghi che servono al pomeriggio,
la pioggia che si perde senza smarrirsi sul muro.
tuttavia gli studi più recenti sull’aria
che riposa in una piazza deserta
affermano l’immortalità degli stupori umani
ed è in quell’aria che confida il mio scrivere
ed il vivere che resta con il cielo per terra

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la lievità è il grado di umore di una poesia
che scrivi ad una certa ora della mattina ma presto,
senza l’apprensione di una temperatura
o di un ritardo senza precedenti o se
le primavere passate siano esistite davvero,
e la scrivi sul fondo delle tue mani
mentre sciacqui il viso davanti allo specchio
con quella che sembra acqua o un modo
come un altro o un elemento meticolosamente
descrittivo per non accorgersi di qualcosa

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