avevo tralasciato di scrivere qualcosa. certe sere potremmo diluire il confronto con le stoviglie smesse nel lavandino, o i nubifragi tra i denti di certe parole che solo d’estate perdono la consapevolezza, sulla sommità delle parole svettano gli automatismi di ciò che sappiamo, le portate che ordiniamo al ristorante sono quelle quando giungono dalla cucina, ma solo a volte dura uno sgarbo nella bellezza, il rumore dell’onda curiosa dei passi dei turisti nel vicolo sottostante, è qualcosa che non vediamo, tuttavia rimane il principio mutevole all’infinito delle andature, il vento che adagio esce da questa finestra e si adagia sulla superficie del lago, e genera onde di turisti curiosi che risalgono i viottoli, tutti i viottoli possibili, sino al vicolo sottostante la finestra, e tralasciare consapevolmente di scrivere qualcosa è un omaggio alla bellezza, una poesia sul rumore delle forme, una poesia inesperta che insegna ogni cosa che è necessaria sapere perché la si possa non scrivere, tralasciare, ogni ora che non appartiene ad una pagina è un’ora mai stata, non conteggiabile né da noi né dal tempo, in un certo senso la chiave dell’immortalità delle letteratura, lasciare ad altri l’incombenza di scrivere e quindi della morte, e dimenticarsi di possedere le mani e soprattutto un giardino e in fondo al giardino un muro di sasso dal vivo dove crescono gelsomini ed ortiche e malve impaurite e le ombre di quando scompaiono luce e buio e ci dimentichiamo le mani ed il giardino e le poche erbe sane che ancora occupano pagine remote addossate al muro di sasso dal vivo, e certe mattine risvegliarsi tralasciando di scrivere che ci siamo risvegliati, o forse per uno sgarbo alla bellezza che possa omaggiarla dire che finalmente ci siamo svegliati, e la sommità dei tetti in sasso che osserviamo dalla finestra soprastante il vicolo non è quello stare in cima alle parole, sapendo tutto, spaesati come accade quando la finestra tralascia di scrivere che è aperta ed i libri stretti uno accanto all’altro sulle mensole ad un tratto si lasciano leggere, con le pagine apertissime e che sfogliano, ad una ad una, paziententemente, come fossero poggiati su un pontile in un pomeriggio di vento, ma qui la stanza appare chiusa ed è solo e soltanto la corrente dei nostri corpi che si spostano e pesantemente senza nulla aprire le sfogliano
Giugno 25, 2008 alle 9:58 am |
Le tue parole mi fanno essere lì
Luglio 1, 2008 alle 12:48 pm |
Sai Pier, era da anni che desideravo sentire la prosa spiegarsi nei tuoi versi, dipanarli, come si fa con gli uncinetti nei cesti, o con i ciuffi versi sotto il palmo. Ed ecco, oggi, accade. Da sotto l’erba, i sorrisi della terra come un saluto, sorriso breve.
nerina
Luglio 18, 2008 alle 8:18 am |
estremamente entusiasmante
Settembre 15, 2008 alle 9:53 pm |
nulla die sine linea
Ottobre 15, 2008 alle 3:32 pm |
…e dato che scrivi così bene, spero tu riprenda presto
Ciao
Ottobre 15, 2008 alle 3:38 pm |
…e sai che ti dico…che non leggo quello che hai scritto finora ma aspetto di leggere quel che scriverai, perchè è passato del tempo e non ti ritroverei più in quel che hai scritto…a proposito di libri che fanno rumore, si tratterebbe di sentire antichi suoni…
Novembre 18, 2008 alle 12:44 am |
sempre grande tu eh?…
ciao